Lavoro

Il caldo eccessivo danneggia anche la produttività: ecco come

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Giulia De Sanctis
Scopri come il caldo eccessivo influisca negativamente sulla produttività dei lavoratori, specialmente in settori a rischio, e quali sono le conseguenze economiche e sociali
Settembre è iniziato, l’estate sta finendo, ma il caldo record persiste. È stata l’estate più umida da quando si raccolgono i dati. Le temperature eccessive hanno reso difficili le giornate di vacanza e ancor di più quelle di chi ha lavorato sotto il sole.
Le conseguenze del caldo estremo sul lavoro sono ormai un tema che non può più essere ignorato, soprattutto alle nostre latitudini. Secondo l’Ocse, il 13% dei lavoratori in Europa e negli Stati Uniti segnala disagi legati al caldo per almeno la metà dell’orario lavorativo.

Il caldo eccessivo danneggia la produttività: ecco come

In un recente policy brief, l’Ocse ha evidenziato come l’esposizione al caldo eccessivo non solo metta a rischio la salute, soprattutto per chi lavora all’aperto o nelle industrie pesanti, ma riduca anche la produttività, aumenti l’assenteismo, faccia crescere il rischio di incidenti e comprometta il funzionamento dei macchinari nelle fabbriche. Nel 2022, le alte temperature hanno causato la perdita di 490 miliardi di ore di lavoro in tutto il mondo.
Il caldo eccessivo danneggia la produttività: ecco come – @Pascal Pochard Casabianca via Getty Images – Informagiovanirieti.it

Le regioni che subiranno un maggiore stress da caldo nei prossimi anni sono quelle meridionali dell’Europa, Italia compresa. È quindi in queste aree che sono necessari maggiori investimenti e nuove norme per migliorare le condizioni di lavoro legate alle alte temperature.

Alcuni Paesi stanno già prendendo provvedimenti: in Grecia, il ministero del Lavoro e degli Affari Sociali, in collaborazione con le parti sociali, ha sviluppato un quadro integrato ad hoc. Anche la Spagna ha sottoscritto una nuova strategia per la salute e sicurezza 2023-27, prevedendo che durante un’allerta arancione o rossa sia obbligatorio ridurre o modificare l’orario di lavoro, fornire aree d’ombra per i lavoratori all’aperto e garantire l’accesso all’acqua fresca.

La Francia ha adottato un nuovo piano di salute sul lavoro del 2023 (Plan de santé au travail), che riconosce esplicitamente le ondate di caldo più frequenti come uno dei principali rischi professionali.

Il Belgio dal 2019 ha introdotto il globotermometro, che consente di misurare l’indice di stress termico combinando l’umidità con la temperatura, la corrente d’aria e il calore irradiato. Oltre determinate soglie, che variano a seconda della professione, il datore di lavoro deve adottare misure per proteggere i lavoratori.

Anche la Lituania ha aggiunto norme specifiche al Codice del lavoro nel 2017, prevedendo pause speciali di almeno quaranta minuti per chi lavora all’aperto con temperature inferiori a -10°C o superiori a 28°C.

Sempre più spesso, i contratti collettivi a livello aziendale e settoriale vengono utilizzati per regolamentare questi aspetti.

In Italia, l’Inail stima che ogni anno si verifichino oltre quattromila infortuni legati al caldo. Esiste la cassa integrazione per caldo eccessivo, ma non è estesa agli stagionali nei campi agricoli. Quest’anno, le regioni si sono mosse in ordine sparso, emettendo ordinanze che vietano il lavoro all’aperto oltre una certa temperatura. Tuttavia, i sindacati criticano l’assenza di un protocollo dettagliato per lavoratori e aziende.

Nell’Unione europea, il comitato consultivo per la sicurezza e la salute sul lavoro sta elaborando un parere sul caldo estremo, che includerà raccomandazioni per proteggere la salute e la sicurezza dei lavoratori, comprese indicazioni per adattare gli edifici al fine di mitigare le temperature per i lavoratori che operano al chiuso.

La questione paradossale, sottolinea l’Ocse, è che le conseguenze di un ambiente di lavoro sempre più caldo colpiranno non solo i lavoratori delle zone rurali, più esposte ai rischi di eventi estremi causati dal riscaldamento globale, ma anche quelli delle industrie pesanti, impegnati in attività ad alta intensità di emissioni che contribuiscono ai cambiamenti climatici. Questi lavoratori rischiano di perdere il lavoro nella transizione verso un’economia più sostenibile.

I costi sociali ed economici della transizione e quelli dell’inazione nella lotta al cambiamento climatico dovrebbero essere quantomeno misurati e bilanciati.

Giulia De Sanctis

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