Differenze di genere nel mondo del lavoro: tra stereotipi e pinkwashing il divario si allarga

Il divario di occupazione tra uomo e donna continua ad allargarsi e l’Italia è uno dei Paesi d’Europa più colpiti dal fenomeno

Nel 2023, in tutta Europa, il tasso di occupazione femminile risulta ancora inferiore al tasso di occupazione maschile del 10,7% e la situazione peggiora con la nascita di un figlio.

Le donne con figli, infatti, risultano penalizzate a livello lavorativo, mentre gli uomini con figli registrano un tasso di occupazione del 90%.

Ma scopriamo più nel dettaglio in cosa consiste questo divario, come si posiziona l’Italia a livello europeo, e quali sono le strategie portate avanti dalle aziende per cercare di combattere queste differenze di genere.

Leadership femminile e gli stereotipi di genere

È risaputo che “al potere” difficilmente possiamo trovare una donna.

La leadership al femminile è ancora un tasto dolente della realtà in cui viviamo, perché sopravvivono troppi stereotipi e pregiudizi in merito alla capacità di una donna di poter rivestire un ruolo di potere all’interno di un’azienda o, addirittura, in politica.

Secondo Alice Eagly, una famosa psicologa sociale, il genere femminile include degli stereotipi molto forti.

Questi stereotipi ancorano alla figura femminile delle qualità come bellezza, gentilezza e compassione che la rendono agli occhi degli uomini più emotiva e impulsiva, tutti elementi che si scontrano con quelle che sono le caratteristiche richieste per rivestire una posizione di potere, ovvero: essere razionali, assertivi, determinati e, a volte, un po’ spietati.

Questo gender bias è molto radicato nel pensiero comune, e comporta un grosso ostacolo per le donne che vogliono fare carriera, e che devono costantemente dimostrare la propria competenza, molto più di quanto debba fare un uomo.

Ma queste difficoltà che il genere femminile affronta nel quotidiano sul lavoro, sono relative non solo a posizioni di leadership, ma si riscontrano in qualsiasi tipo di lavoro e ruolo.

Divario di genere, come si posiziona l’Italia rispetto all’Europa?

I tre elementi che compartecipano a creare il divario di genere tra uomo e donna, si basano su tre elementi:

  • Differenza di salario: a pari competenze e responsabilità, una donna viene pagata meno di un uomo.
  • Discriminazione durante la fase di assunzione: vengono assunti più uomini che donne.
  • Mancanza di leadership femminile: ai vertici di un’azienda, nella maggior parte dei casi, troviamo uomini e se invece una donna riesce a fare carriera, si pensa che non meriti tale posizione.

Secondo le recenti stime dell’Internazional Labour Organization l’uguaglianza di genere nel mondo del lavoro è ancora un miraggio, non solo per quanto riguarda il tasso di impiego, ma anche per l’ammontare del salario. A parità di ruolo e di competenze un uomo prende di più di una donna a fine mese.

Nell’Unione Europea, in età lavorativa compresa tra i 20 e i 64 anni, l’80% della popolazione maschile risulta con un piego, mentre se ci spostiamo nella stessa fascia di età nella popolazione femminile, la percentuale cala di ben 10,7 punti percentuali, toccando il 69,3%. Un divario quindi evidente per tutta Europa e che tende ad ingrandirsi con la nascita di uno o più figli all’interno della coppia.

donna con pc e giornale che va al lavoro
Immagine | Unsplash – informagiovanirieti.it

 

In Italia, in presenza di un figlio, solo il 55% delle donne lavora, mentre l’83% dei padri continua a farlo senza problemi anche dopo la nascita del bambino. Questo fenomeno rientra in quello che viene chiamato dagli esperti male breadwinner, ovvero un modello che prevede una suddivisione rigida dei ruoli familiari e che condanna l’Italia a un tasso di occupazione decisamente inferiore rispetto agli altri Paesi.

Ecco una classifica delle regioni in cui il divario di genere sul lavoro è più ampio con i relativi punti percentuali:

  • Puglia (30,7)
  • Basilicata (28,7)
  • Campania (28,7)
  • Sicilia (26,7)
  • Calabria (25,8)
  • Abruzzo (23,6)
  • Molise (22)

La Puglia, addirittura, si posiziona tra le più colpite dal gender gap di tutta l’Unione Europea, seconda soltanto ad una regione della Grecia, che raggiunge il 31,4%.

Divario di occupazione in base al genere nei diversi Paesi Europei

Per quanto si tratti di un fenomeno marcato in Italia, nemmeno gli altri Paesi Europei ne sono esenti. Infatti, il 30,5 % delle donne europee si trova senza lavoro o costretta a lavorare meno oreQuesto dato conferma lo stereotipo di genere, che vede la donna più nel ruolo di madre e donna di casa che come lavoratrice in carriera.

La Grecia vince il primo posto come Paese Europeo con più alto tasso di differenza di genere nell’occupazione con ben 21 punti percentuali di differenza tra i due sessi. A seguire c’è l’Italia che raggiunge i 19,7 punti percentuali di gap.

Il Paese Europeo dove la differenza di genere sul lavoro è pressoché inesistente è la Finlandia, in cui a dividere uomo e donna sul lavoro c’è soltanto l’1%.

Come combattere le differenze di genere sul lavoro

Negli ultimi anni il mondo del lavoro ha cercato di combattere questo fenomeno con diverse strategie e il dispiego di fondi ma i risultati, per ora, non sono stati soddisfacenti.

Cosa bisognerebbe fare per ottenere un mondo del lavoro in grado di dare pari opportunità alle persone a prescindere dal sesso?

  • Rendere equo il processo di assunzione: cercare di rendere pari il numero di maschi e femmine assunte.
  • Attuare politiche di welfare adeguate: individuare provvedimenti in grado di conciliare la vita privata e quella lavorativa dei dipendenti, in modo tale che la presenza di un figlio non sia più vista come un fattore limitante per la carriera di una donna.
  • Investire nell’istruzione al femminile: insegnare alle bambine che possono studiare tutto e fare da grandi qualsiasi lavoro vogliano. Spesso la differenza di genere, infatti, viene instillata nella mente dei bambini a partire dall’asilo e dalle scuole elementari.

Questi sono solo tre esempi, ma le iniziative e le strategia adottabili per distruggere lo stereotipo femminile e diminuire il gap tra uomo e donna sul lavoro, devono essere implementate con determinazione e costanza credendoci, e non come fenomeno di facciata per salvare la reputazione di un’azienda, un po’ come succede con il pinkwashing.

Pinkwashing: rosa per finta

La pubblicità positiva fa sempre comodo alle aziende e adottare delle politiche platealmente favorevoli all’inclusione delle donne nel mondo del lavoro è sicuramente un esempio di pubblicità positiva.

Il pinkwashing deriva dall’unione di pink (rosa) e whitewashing (nascondere, imbiancare), ovvero nascondere con il rosa. Si tratta di una pratica di marketing finalizzata ad incrementare l’empowerment femminile e veicolare l’immagine di un’azienda impegnata a favore delle donne ma solo come facciata e non come impegno reale.

Si tratta, quindi, di iniziative portate avanti da un brand a favore del mondo femminile ma solo per ottenere un guadagno in cambio di questo finto impegno.

Prima di promuovere delle iniziative pubbliche le aziende dovrebbero farsi un esame di coscienza e chiedersi: quante donne effettivamente lavorano tra le nostre mura? Quanto le paghiamo? Ai vertici dell’attività, c’è almeno una donna in posizione di leadership? Rispondere a queste domande e fare un’autoanalisi prima di autoproclamarsi paladini difensori delle pari opportunità, potrebbe fare la differenza per un mondo del lavoro più equo.

due donne lavorano al pc in ufficio
Immagine | Unsplash – informagiovanirieti.it

Meno pareti rosa e più specchi

In conclusione, le donne, anche oggi, devono combattere stereotipi e ingiustizie sul posto di lavoro, e ci sono regioni d’Italia e del mondo, in cui il divario che le separa da una giusta retribuzione e un corretto riconoscimento, è tutt’ora troppo ampio.

Speriamo che in futuro il mondo del lavoro cambi, e che, invece di tingersi di rosa, diventi semplicemente uno specchio in grado di restituire a ogni individuo il giusto riconoscimento per l’impegno investito ogni giorno al lavoro, a prescindere dal genere di appartenenza.

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