Lavoro in nero, aumentate le sanzioni per il datore di lavoro: gli importi

Dal 2 marzo sono aumentate le sanzioni per i datori che propongono il lavoro in nero: ecco gli importi specifici

La stretta sul lavoro nero è iniziata già nel 2023, con il Governo Meloni che ha come obiettivo dichiarato quello di scovare tutti quei datori di lavoro che impiegano dipendenti privi di regolare contratto, e di conseguenza privi di tutela.

Per chi viene scoperto le sanzioni sono molto severe: quasi ogni giorno ci sono esempi di attività sanzionate per lavoro nero, a conferma che questa pratica è ancora molto diffusa nel nostro Paese: ma perché ci si affida al lavoro in nero?

Lavoro in nero, perché?

Con il termine in nero si indicano tutti i lavori, collaborazioni o piccole prestazioni lavorative che si effettuano senza un regolare contratto e una successiva fattura.

Uno dei principali motivi per cui si sviluppano rapporti di lavoro irregolari è per il risparmio che si riesce a ottenere, non dovendo versare tasse o contributi.

Il lavoro in nero in Italia è largamente diffuso, ma perché? Come si contrasta?
Il lavoro in nero in Italia è largamente diffuso, ma perché? Come si contrasta? | Immagine Unsplash @MartenBjork – Informagiovanirieti.it

 

A farne le spese è il dipendente, considerato la parte debole del rapporto, poiché vista la mancanza di un contratto, nonché di una copertura previdenziale e assicurativa, non è sufficientemente tutelato per quanto potrebbe succedere, ad esempio in caso d’infortunio o malattia come pure a seguito di un licenziamento senza alcun motivo.

Ecco perché sarebbe opportuno opporsi alla possibilità di lavorare in nero, denunciando chi ancora propone rapporti di lavoro irregolari come unica possibilità d’impiego.

In Italia il lavoro in nero è molto diffuso: secondo uno studio dell’Istat, sono circa 2 milioni e 926 mila le persone che lavorano irregolarmente (dato riferito al 2020).

Il lavoro in nero è contro la legge: queste situazioni sono regolate da normative dedicate e sono previste delle sanzioni molto salate per il datore di lavoro che impiega dei dipendenti pagati in nero.

Denunciare il lavoro in nero è possibile, ma non in forma anonima e in alcuni casi è l’unica strada da percorrere nel tentativo di migliorare il mercato del lavoro in Italia.

Alcune volte però sono gli stessi lavoratori a richiedere di essere assunti in nero, non volendo rinunciare allo status di disoccupato e ai benefici che ne derivano (ad esempio l’indennità Naspi, come pure al Reddito di cittadinanza).

Ma anche per alcune categorie di lavoratori senza contratto sono previste multe e sanzioni di non poco conto, nel momento in cui con un controllo si accerti la loro irregolarità.

Dal 2 marzo 2024 le sanzioni per il lavoro in nero aumentano: il datore di lavoro che impieghi personale non in regola si troverà a dover pagare una sanzione amministrativa che, al suo massimo, arriva fino a 46.800 Euro, escluse varie maggiorazioni. Questo è l’effetto del dl 19/2024 relativo al Pnrr che modifica l’articolo 1 comma 445 della legge 145/2018.

La norma si applica a qualunque privato che impieghi lavoratori subordinati senza preventiva comunicazione di instaurazione del rapporto, con un’unica esclusione relativa al lavoro domestico. La sanzione viene modulata per fasce in base alla durata dell’illecito amministrativo.

Fino all’1 marzo 2024 le maxisanzioni per il lavoro nero erano le seguenti:

  • da 1.800 a 10.800 euro per ciascun lavoratore irregolare, in caso di impiego del lavoratore sino a 30 giorni di effettivo lavoro
  • da 3.600 a 24.600 euro per ciascun lavoratore irregolare, in caso di impiego del lavoratore da 31 sino a 60 giorni di effettivo lavoro
  • da 7.200 a 43.2000 euro per ciascun lavoratore irregolare, in caso di impiego del lavoratore oltre 60 giorni di effettivo lavoro

La legge prevedeva anche maggiorazioni del 20%

  • in caso di recidiva per le stesse irregolarità nei 3 anni precedenti
  • in caso di utilizzo di lavoratori extracomunitari senza permesso di soggiorno
  • in caso di utilizzo di minori in età non lavorativa (cioè chi non abbia frequentato 10 anni di scuola dell’obbligo e sia under 16)
  • in caso di impiego di percettori del reddito di cittadinanza.

A partire dal 2 marzo 2024 le maxisanzioni per lavoro nero aumentano secondo questi importi:

  • da 1.950 a 11.700 euro per ciascun lavoratore irregolare, in caso di impiego del lavoratore sino a 30 giorni di effettivo lavoro (in caso di recidiva 2.400-14.400);
  • da 3.900 a 23.400 euro per ciascun lavoratore irregolare, in caso di impiego del lavoratore da 31 e sino a 60 giorni di effettivo lavoro (in caso di recidiva 4.800-28.800);
  • da 7.800 a 46.800 euro per ciascun lavoratore irregolare, in caso di impiego del lavoratore oltre 60 giorni di effettivo lavoro (in caso di recidiva 9.600-57.600)

La maxisanzione non si applica se il datore di lavoro prima dell’ispezione, dell’accertamento o di un’eventuale convocazione per un tentativo di conciliazione, regolarizza spontaneamente il rapporto in nero per la sua intera durata. In questo caso il datore di lavoro può accedere alla sanzione in misura minima.

La sanzione minima si applica se il lavoratore trovato in nero viene assunto:

  • per un periodo di 120 giorni con contratto a tempo indeterminato anche part-time;
  • o a tempo determinato e full time per un periodo non inferiore a tre mesi.

Ma la maggiorazione per la recidiva può anche raddoppiare: la materia regolata dalla legge 145/2018 rimane confermata anche dopo il 2 marzo 2024 e si applica in caso il datore di lavoro, nei 3 anni precedenti, sia stato destinatario di sanzioni amministrative o penali per i medesimi illeciti.

Ma c’è una scappatoia per ridurre, almeno in parte, il danno: secondo le indicazioni fornite dall’Ispettorato del lavoro con il Vademecum sull’applicazione della maxisanzione per lavoro sommerso del 22 luglio 2022, la maggiorazione per la recidiva non viene applicata qualora gli illeciti amministrativi per lavoro nero siano stati estinti con il pagamento in misura ridotta a norma dell’articolo 16 della legge 689/1981. Il lavoro nero in Italia vale quasi 77,8 miliardi di euro ed è particolarmente diffuso al Sud.

Come denunciare

Dato che il lavoro in nero è in tutto e per tutto una violazione della legge, è bene approfondire quali sono gli strumenti legali e le opportunità a disposizione del lavoratore che intenda reagire a tale ingiustizia.

Innanzitutto, denunciare i fatti all’Ispettorato del Lavoro presso la direzione competente sul territorio; poi riportare dati relativi all’attività e alle mansioni svolte, indicando l’indirizzo della ditta, il giorno di inizio del lavoro, gli orari di lavoro e la retribuzione percepita. Infine, procurarsi prove documentali attestanti il lavoro effettuato ed eventuali prove testimoniali a sostegno della denuncia.

In alternativa, ci si può rivolgere all’ufficio vertenze e legale di un sindacato per ottenere la consulenza delle associazioni di categoria con dei costi decisamente inferiori a quelli richiesti da un professionista abilitato.

Un altro modo per denunciare la propria condizione di lavoratore in nero è quello di rivolgersi alla Guardia di Finanza e sporgere denuncia.

Va detto che la denuncia in anonimato non è possibile, in quanto le autorità dovranno raccogliere i dati di chi segnala l’irregolarità. Tuttavia, l’identità del denunciante non verrà comunque rivelata all’azienda, tutelando così la propria posizione nei confronti del datore di lavoro.

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