Gli ITS rappresentano una valida alternativa all’università?

I corsi ITS sono una valida alternativa per chi vuole continuare a studiare e avere riscontri più pratici sul mondo del lavoro

Un’alternativa alla laurea che potrebbe offrire maggiori soddisfazioni dal punto di vista lavorativo è rappresentata dagli ITS, gli Istituti Tecnici Superiori.

Questi percorsi di alta specializzazione tecnologica, attivi in Italia dal 2010, offrono una formazione valida dopo il diploma di maturità, senza necessità di iscriversi all’università.

Gli ITS, co-progettati con enti formativi e realtà economiche locali, durano generalmente due anni, ma in alcuni casi possono estendersi a tre anni. Basta un diploma di maturità o un titolo equipollente per accedervi.

Gli ITS sono davvero una valida alternativa all’università?

Nonostante siano realtà relativamente giovani, gli ITS sono in continua crescita e altamente apprezzati sia dagli studenti che dalle aziende ospitanti.

Questo ha portato a un aumento delle iscrizioni, superando i 10.000 studenti attuali, sebbene in paesi come la Germania esperienze simili coinvolgano oltre 750.000 giovani.

Gli ITS sono una valida alternativa all'università?
Gli ITS sono una valida alternativa all’università?- Unsplash – informagiovanirieti.it

 

Inoltre, i tassi di occupazione a 12 mesi dal titolo sono spesso migliori rispetto a quelli dei laureati. Ma scopriamo maggiori informazioni al riguardo!

Gli ITS sono istituti di alta formazione tecnologica, accessibili ai diplomati di tutte le scuole superiori. Rappresentano la prima esperienza italiana di offerta formativa post-secondaria non universitaria con un taglio professionalizzante.

È naturale paragonarli a realtà europee consolidate come le Fachschulen tedesche o il Brevet de Technicien Supérieur francese.

Sebbene ci siano differenze, l’obiettivo comune è formare figure specializzate in specifiche aree tecnologiche innovative, rispondendo alla forte domanda del mercato del lavoro e ritenute strategiche.

Le aree in cui operano i 104 ITS italiani (che offrono complessivamente quasi 450 percorsi) sono sei: Efficienza energetica, Mobilità sostenibile, Nuove tecnologie della Vita, Tecnologie innovative per i Beni e le Attività culturali – Turismo, Tecnologie dell’informazione e della comunicazione e Nuove tecnologie per il Made in Italy (che al suo interno comprende altre cinque divisioni: sistema Meccanica, sistema Moda, Servizi alle imprese, sistema Agroalimentare, sistema Casa).

Ogni area, poi, prevede una divisione in ambiti con delle specifiche figure di riferimento e corsi ad hoc. Dipende dalle scelte operate dalle singole regioni, a cui è demandata la competenza sugli ITS.

Nel 2014/2015 gli studenti italiani negli ITS erano poco più di 8.000. Un’inezia rispetto ai percorsi equivalenti in Germania (oltre 750.000), Francia (oltre 500.000), Spagna (oltre 400.000) e Inghilterra (oltre 250.000).

Per alcuni di questi giovani, il titolo conseguito è equipollente a una laurea di primo livello, aggiungendosi così al numero dei laureati considerati nei rapporti OCSE, che vedono l’Italia in coda.

Con circa 1,6 milioni di studenti universitari italiani, è evidente che non dobbiamo concentrarci solo sul numero di laureati nei percorsi accademici tradizionali, ma anche creare alternative professionalizzanti come gli ITS.

Altri paesi lo fanno da anni, aumentando la quota di persone con una qualifica terziaria, che in Italia si traduce con il termine laurea.

I percorsi degli ITS hanno una durata biennale o triennale (4/6 semestri, per un totale di 1800/2000 ore) e offrono una formazione strettamente legata alla realtà lavorativa in cui gli studenti saranno inseriti.

Infatti, lo stage è obbligatorio per il 30% delle ore complessive, con la possibilità di svolgere tirocini anche all’estero, e almeno il 50% dei docenti proviene dal mondo del lavoro.

Ogni diploma corrisponde a figure professionali nazionali, con piani di studio definiti insieme alle imprese e competenze sviluppate nei luoghi di lavoro.

Il vero vantaggio competitivo rispetto ai percorsi accademici classici è la rapidità di progettazione dei percorsi formativi: ogni anno si possono adattare contenuti e finalità del corso alle esigenze delle realtà economiche che fanno parte delle fondazioni, le entità giuridiche che costituiscono ogni singolo ITS.

Il vero valore aggiunto degli ITS è la spendibilità del titolo. Nel 2018, secondo l’ultimo monitoraggio di Miur-Indire, l’occupazione dei diplomati degli ITS si attesta sempre intorno all’80%.

Questo perché i percorsi formativi rispondono a un bisogno reale delle imprese, cogliendo le tendenze lavorative nelle diverse traiettorie della grande trasformazione.

Inoltre, tra gli occupati, oltre il 90% ha trovato un lavoro coerente con il proprio settore di studi, dimostrando l’efficacia di questi percorsi nel soddisfare le esigenze delle aziende.

Per confronto, le università, secondo gli ultimi dati di Alma Laurea, raggiungono circa il 70% di occupazione.

Certamente, alcuni ITS sono più performanti di altri, ma i dati complessivi sono comunque positivi. Focalizzandoci sulle diverse aree, le migliori performance nel campo della tecnologia sono state registrate dagli ITS del settore Mobilità sostenibile, con un tasso di occupazione pari all’83,4%, e nelle Tecnologie dell’informazione e della comunicazione, con l’82,5%.

Anche nel Made in Italy si sono raggiunte vette importanti: il settore Meccanica ha registrato un’occupazione del 91,9%, mentre il sistema Moda ha raggiunto l’86,3%.

Tuttavia, esistono ancora settori con esiti occupazionali meno significativi: è il caso del segmento Efficienza energetica, con un tasso di occupazione del 72,2%, delle nuove tecnologie della Vita, con il 72,7%, e del Sistema casa nel Made in Italy, con il 57%.

Innegabile, infine, che un altro grande punto di forza del sistema ITS sia la crescente vicinanza al mondo del lavoro.

Una novità in un panorama formativo piuttosto statico come quello italiano, che sin dai primordi ha convinto le aziende a investire risorse umane e finanziarie nei diplomi professionalizzanti.

I dati del Monitoraggio 2019 lo confermano: il partenariato delle Fondazioni ITS è costituito per il 37,4% da imprese; nelle attività di stage le aziende coinvolte sono state circa 2.500 (quasi la metà sono PMI); il 69,4% dei docenti ITS proviene non da università, scuole o centri di ricerca, ma dalle imprese operanti nei singoli settori.

Luigi Di Mai, intervenuto a Skuola.net prima delle elezioni 2018, dichiarava che gli ITS erano la risposta ai fabbisogni occupazionali dell’industria 4.0, mentre il ministro dell’Istruzione uscente Bussetti aveva annunciato “la partenza di un Programma di sviluppo nazionale che servirà a qualificare l’offerta formativa e a rafforzarne il ruolo nella promozione dell’innovazione. Le azioni indicate dal Programma di sviluppo sono finalizzate a far acquisire un’alta specializzazione tecnologica ad almeno 20mila giovani entro il 2020“.

Sta di fatto che il potenziale degli ITS, da noi, non è ancora pienamente sfruttato. Forse la prima cosa da cui partire per consacrare definitivamente il sistema è un rebranding, ovvero un cambio di nome.

Infatti l’acronimo ITS è facilmente confondibile con ITIS, che sta per Istituto Tecnico Industriale Superiore. Tuttavia quest’ultimo è l’indirizzo di una scuola superiore.

Rischiando di considerare una (quasi) laurea allo stesso livello di un diploma di maturità. Quando invece, come visto, le due cose sono molto diverse. Banale ma potrebbe davvero cambiare le cose.

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